Venezia: a Palazzo Grassi Pinault Collection dedica un’importante mostra a Michael Armitage, una delle voci più singolari e riconosciute della pittura contemporanea. Oscillando tra figurazione e astrazione, racconto documentario e visioni oniriche, le sue opere intrecciano ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici, dando vita a dipinti lirici che interrogano le nozioni di identità, memoria, spiritualità e le tensioni sociopolitiche del mondo attuale. L’artista keniota-britannico (nato nel 1984 in Kenya) presenta in Laguna un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici.

La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti. Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale, e il Kenya in particolare, che esplora con una sensibilità al tempo stesso critica e satirica, così come con una profondità visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo - ad esempio quando l’artista ha seguito una squadra di giornalisti che documentava i movimenti d’opposizione e la loro violenta repressione durante le elezioni del 2017 in Kenya, o quando rappresenta fatti legati al confinamento del 2020/2021 - altre restano più elusive e universali. Questa ambiguità conduce Armitage verso territori fluttuanti. La mostra a Palazzo Grassi esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all’apparizione di visioni. Le scene di Armitage si addensano o addirittura si offuscano, lasciando spazio alla nostra personale interpretazione. Di fronte a un suo dipinto l’occhio esita, viene messo in scacco. Coesistono più racconti, più linee d’orizzonte; gli spazi reali e quelli immaginari s’intrecciano, le versioni e i punti di vista si sovrappongono. Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni dell’artista, sfolgoranti nonostante l’asprezza dei temi, gli permettono di dare libero corso alle sue visioni, paesaggi abitati, se non addirittura allucinati. Tra questi motivi, si incontrano personaggi reali e immaginari, provenienti tanto dalla letteratura africana contemporanea quanto dalla mitologia greca, che incarnano un certo stato interiore pur testimoniando una condizione esterna. Altre volte, sono individui anonimi a essere rappresentati, come nella serie dedicata alla migrazione, che tenta di raccontare, in grandi composizioni pittoriche, il viaggio pericoloso dei migranti attraverso l’Africa, la traversata marittima spesso mortale verso l’Europa e la disillusione di coloro che riescono a raggiungerla. Ispirandosi talvolta direttamente a scene dei film del regista senegalese Sembène Ousmane (1923 - 2007), ai personaggi dei romanzi dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o (1938 - 2025) o, ancora, a composizioni pittoriche di Francisco de Goya (1746 - 1828), Diego Velázquez (1599 - 1660) o di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe (1940 - 2018) e Peter Mulindwa (1943 - 2022), tra gli altri, Armitage condensa con grande maestria tali influenze in una forma di sintesi, creando un nuovo vocabolario contemporaneo. Le sue opere sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiane, liberandosi così dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarità naturali di questo materiale - fori, pieghe e una texture ruvida - influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate, dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela inoltre l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.
Copertina - Michael Armitage, Untitled, 2024, Pinault Collection, Oil on Lubugo bark cloth, 79 x 59 1/2 inches / 200.7 x 151.1 cm, Photo : Kerry McFate, Courtesy the artist and David Zwirner
Sopra - Portrait of Michael Armitage, 2022 Photo by Tom Jamieson ©Michael Armitage Courtesy the artist and David Zwirner
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| Palazzo Grassi, Venezia |
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Michael Armitage. The Promise of ChangeDa domenica 29 marzo 2026 a domenica 10 gennaio 2027
Palazzo GrassiVenezia
A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell’arte